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Camarda: Il Presepe vivente nel Parco




Data dell'evento: Domenica 29 Dicembre 2013

Seguendo la strada che da Paganica conduce ad Assergi, attraverso la bellissima Chiesa della Madonna d'Appari, tra gole rocciose ed i campi nudi e coperti dalla bianca brina, giunsi a Camarda, quella sera, quando il paese era tutto illuminato dal calore delle torce rosse. 
La piazzetta alla base del borgo, quella prossima al "Bar Cavalcante", quella sera risuonava di una musica lontana, che copriva il sempiterno mormorìo del fontanile. 

Seguii quella musica, dolce come il profumo del Natale, sotto l'arco in pietra che dà il benvenuto al visitatore, segnando il confine tra il presente ed il passato, oltre il quale un mondo antico racconta e rivive la sua storia. Nell'aria, l'odore della legna secca, che bruciava nei caminetti accesi delle case addobbate a festa, risvegliava in me ricordi atavici, legati a un tempo che non conoscevo, fatto di tradizioni e riti, mestieri e tranquillità, canzoni e pace che di anno in anno si ripetevano invariati...
Le torce rosse indicavano il sentiero (Foto di Toni Pulsoni)

E più proseguivo, più il suono della musica si distingueva dalle voci dei visitatori. Nella parte alta del borgo, centinaia di persone attendevano di poter visitare uno degli spettacoli più belli che il Parco Nazionale del Gran Sasso sa regalare durante la magica notte di Santo Stefano... l'intero borgo di Camarda era un presepe vivente sotto il silenzio delle stelle...

Iniziai il sentiero da solo, continuando a seguire soltanto quella musica che ormai si era fatta vicinissima. Il viottolo acciottolato si faceva sempre più stretto, perdendosi tra le antiche case di pietra, che dovevano essere state erette quando Camarda non era niente più che un piccolo insediamento pastorale; quindi, girava, voltando l'angolo irregolare di una di quelle abitazioni. Eccolo là: uno zampognaro suonava la sua litanìa natalizia, una malìa che sembrava incantare le rocce e gli alberi degli orti vicini e il cuore di ogni passante.

Zampognaro (Foto di Toni Pulsoni)

Fiaccole accese segnavano ora il cammino, sileziose e tremolanti come fragili anime che farfugliavano i loro segreti a chi sapeva ascoltarli. Il loro tremolìo lambiva i miei pensieri, ancora ammaliati dalla musica della zampogna, mentre procedevo lentamente lungo il rosso viottolo. 

E lì, ad una nuova curva della strada, un portone aperto mostrava una grande caverna al suo interno. In quella profondità, il mio sguardo condusse la mia anima, sospesa tra fantasia e realtà, per rivivere un pò degli attimi di vita di un passato lontano. Sull'ingresso, due giovani ragazzi facevano la guardia ad un asinello, intento a ruminare il suo pasto di fieno, e trascorrevano quella lunga attesa giocando a qualche gioco di carte.

(Foto di Toni Pulsoni)

Rimasi lì, stregato da quella visione, per qualche minuto; poi, una voce improvvisa mi distolse: "Fate passare lu prigionieru!". Un gruppo di persone vestite da soldati conduceva un povero disgraziato che doveva aver commesso qualche reato, contro il re o altra povera gente. Il suono delle catene del prigioniero si perse dietro l'angolo ed io ripresi il cammino nel passato.

Ad un certo punto, l'angustia del vicolo tendeva a scomparire, finché sulla destra, come un quadro inatteso, si apriva una vista sul panorama di Camarda, illuminato da tanti piccoli lumini. Sotto di me, un gruppo di vecchie contadine spettegolavano sulle ultime vicende del paese, mentre una di loro passava al setaccio il grano. Sembrava, infatti, che il figlio di Serafino e la figlia più giovane di Beniamina si fossero innamorati l'uno dell'altra e, per stare insieme, si ritrovassero ogni giorno nella grotta di nonna Nicolina; per ora, era solo un sospetto, ovviamente.

Donne intente a setacciare il grano (Foto di Toni Pulsoni)

Il sentiero proseguiva inerpicandosi in salita e riempiendosi del profumo di cibi, che riportavano alla memoria un mondo tutto contadino. In uno di quei portoni, due signore offrivano ai passanti una zuppa di cotiche e lenticchie, che riscaldava dal gelo invernale. Un pò più in là, tre giovani osti, invece, rinfrancavano i visitatori con vino caldo e miele. La musica della zampogna tornava a farsi sentire, ma era ancora troppo lontana perché io potessi scorgere di nuovo chi la suonava.

Proseguii, lasciandomi alle spalle il profumo della "cagliata", cucinata in qualche altro portone, e soltanto un centinaio di metri dopo, eccola lì, la grotta di nonna Nicolina, nascosta dalla casa ormai disabitata di nonno Fortunato. Al suo interno, i due giovani innamorati intrecciavano i loro spaghi per farne una corda, più forte e resistente, con una gestualità che lasciava intendere un intreccio ben più profondo, quello delle anime e dei cuori, e che quello fosse solo metafora di questo. Ogni tanto, mentre ruotavano lentamente quegli spaghi l'uno intorno all'altro, per un errore forse volontario, le loro mani si sfioravano ed i loro sguardi si incontravano solo per un attimo; poi, come per una coscienza improvvisa o per timidezza, si ritraevano e gli occhi tornavano a fissare la corda ancora non completata, come alibi in attesa di un nuovo momento.

I due giovani innamorati che intrecciano gli spaghi (Foto di Toni Pulsoni)

Lasciai i due giovani amanti mentre filavano il loro amore, sognando il sussurro di un bacio, e m'incamminai verso la capanna di una speziale, che macinava i suoi semi di canapa, per farne una "cannigiata". Le travi di legno erano coperte di conche di rame e mestoli solitari, rischiarati dalla luce calda di un piccolo lume. La donna raccontava storie antiche, di quando Camarda viveva dei prodotti realizzati con la canapa e le piante di canapa ricoprivano i campi, con la loro grande foglia.

La speziale mentre racconta il passato di Camarda (Foto di Toni Pulsoni)

Intanto, le stelle sorridevano alte nel cielo, mentre i Re Magi si mettevano in cammino per raggiungere il loro vero Re. Il vicolo acciottolato era illuminato solo dalla calda luce delle botteghe, lasciate vuote dagli artigiani per assistere alla Natività. Mi misi in cammino e finalmente, laggiù, in quella piana che divide il borgo antico di Camarda dalla sua Torre medievale, vidi il fine del mio viaggio.

Sotto una capanna di legno, ricoperta di paglia, Giuseppe e Maria contemplavano il piccolo bimbo di nome Gesù, riscaldato dal respiro del bue e dell'asinello ai lati della culla. I pastori, che conducevano il loro gregge al pascolo, si fermavano in preghiera davanti alla culla, come fermati da uno strano incantesimo. Mi avvicinai e tacqui, in attesa di qualcosa che avevo già trovato nel mio cuore. Alzai gli occhi e vidi la Luna che dipingeva il suo sorriso in alto nel cielo. Sorrisi anch'io e, scoprendomi inginocchiato, mi rimisi in piedi. Avevo trovato quel qualcosa ed ora il tempo mi avrebbe aiutato a capire cosa...

La scena della Natività (Foto di Toni Pulsoni)

Sulla via del ritorno, percorrendo la strada in discesa, mi fermai per un attimo a contemplare una fontana, che mormorava le sue storie: era la Fontana del Treo, che dialogava con quell'Orologio sempre fuori orario... 
Intorno, tutto taceva: soltanto la pace della notte e il suono dei zampognari lontani...
Ancora una volta, i borghi dell'Abruzzo avevano riacceso la mia fantasia... 
Stavo solo sognando... 





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