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Hai mai catturato un serpente? A Cocullo, puoi!




Ricordo una mattina di Maggio: il sole rideva brillante nel cielo terso, senza una nuvola, dello stesso colore dell'acqua che frusciava  nei ruscelli serpeggianti tra gli alberi verdi e rigogliosi della terra d'Abruzzo.
Ci mettemmo in viaggio alla volta di Cocullo (in Provincia di L'Aquila) per assistere ad uno dei più suggestivi riti che il mondo occidentale ancora non dimentica e che rinnova di anno in anno, ogni 1° Maggio (prima del 2012, ogni primo Giovedì di Maggio), a mezzogiorno in punto, da tempi oramai immemorabili. 
La strada all'ingresso del paesino brulicava di pellegrini, fedeli, turisti e studiosi, tutti in attesa di rivivere un momento di quel passato, che ognuno di noi si porta dentro consapevolmente o inconsapevolmente: un archetipo ancestrale di cui si compone la nostra anima e la nostra cultura; un passato, che a Cocullo torna ad essere presente un giorno all'anno, durante la Festa dei Serpari.
Dopo aver attraversato la Fonte Canale, lungo e antico abbeveratoio per gli animali, e aver risalito le rue acciottolate che strette strette correvano tra le case, come un magnifico labirinto di pietra, profumato di odori antichi e attimi di vita appartenenti ad un passato lontano, giungemmo finalmente alla piccola piazzetta, rannicchiata difronte allo splendore della Chiesa di Madonna delle Grazie del XIII secolo. 
Lì un grande stupore ci colse. Centinaia di persone, senza distinzione di età, recavano tra le mani lunghi serpenti, senza alcun timore; altre ne facevano collari striscianti da esibire; altre ancora dimostravano la loro devozione, baciando gli animali.
Non riuscivamo a credere a quanto vedevamo. Sembrava uno spettacolo fantastico, nato dalla fantasia di qualche bizzarro scrittore: non riuscivamo a comprendere in che modo persone comuni, e soprattutto donne e bambini, fossero riuscite a superare l'atavica paura per quegli animali, da sempre considerati il simbolo del male. Ma forse era proprio in questa idea la risposta alla nostra meraviglia.

Mentre il nostro sguardo era catturato da quell'assurdo spettacolo, all'improvviso un vecchietto, che mi aveva visto così stupito ed intimorito, probabilmente per dimostrare che non v'era nulla da temere e che era pratica consueta, avvicinò la testa del serpente, che teneva tra le mani, alla mia. Tra me e lo spettacolo della piazza, vidi frapporsi una testa squamosa, triangolare, e due occhi, piccoli e neri come le bacche di cui si adornano i cespugli di Vaccinium myrtillus nel profondo bosco.
Un attimo di incanto, un dubbio, un lampo, saltai indietro. Il vecchietto mi invitò a prenderlo tra le mani, io mi ritrassi. Eppure, misto a quel timore, a quella paura che mi allontanava dall'animale, un'altra sensazione, sconosciuta e tuttavia così familiare, antica come il profumo del pane caldo cotto in un vecchio forno, sembrava emergere chissà da quale parte della mia anima. Una sensazione che mi spingeva verso quell'essere strisciante, quell'essere vivente così attraente, quel serpente che ingiustamente l'umano pregiudizio ha confinato nel simbolo del male.
Accettai l'invito e sentii sulla punta delle dita le squame viscide del serpente che scivolava con le sue spire. Non avevo mai preso un serpente in mano; anzi, non lo avevo mai toccato. Faceva una strana sensazione, a metà tra il ribrezzo e l'attrazione. Sembrava la riscoperta di qualcosa che avevo obliato.

Portai con me il serpente nel mezzo della piazza. In quel momento, dalla chiesa vidi uscire un'enorme statua di un santo: era quella di San Domenico da Sora, protettore dai morsi delle serpi e degli animali feroci, quel monaco che nell'XI secolo aveva fondato monasteri e chiese in diverse parti dell'Italia centrale e che la credenza popolare aveva eletto a simbolo dell'unione tra Uomo e Natura. 
La statua era accompagnata da due fanciulle in vesti tradizionali, recanti canestri colmi di pani sacri: erano le "ciambellane". Il santo fu posto in mezzo la piazza e subito i pellegrini posero le loro serpi sul suo corpo. Anch'io seguendo il loro esempio mi avvicinai e incoronai la testa della statua con la serpe, che nel frattempo si era raggomitolata su sé stessa.
Quell'insieme strisciante di spire che copriva tutto il corpo del santo si concentrò sul capo. Era uno spettacolo mai visto, unico, straordinario. Si alzò un tuono di grida e di applausi, di gioia e lacrime, di preghiere e di canti: l'auspicio per il nuovo anno era buono: questo aveva deciso San Domenico.

Il santo fu sollevato da terra; un sentiero si aprì tra la folla, come le acque del Mar Rosso si aprirono all'ordine di Mosè, ed il Santo passò lentamente e dolcemente, accompagnato dai fedeli gioiosi intonanti canti antichi, che di generazione in generazione si tramandano come un'eterna nenia che riporta chi la ode al tempo del mito. Noi restammo in silenzio, pensierosi e stupiti, guardando la statua allontanarsi tra i stretti viottoli del paese, vestita di serpi, quasi levitando.
Avevamo capito.


 





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